mercoledì 4 settembre 2024

Verso un'Europa Nero-Bruna?

 



Dopo una primavera ed un'estate di elezioni, ed in vista di un autunno che si preannuncia altrettanto gravido di scelte politiche, alcune costanti stanno emergendo all'interno del Vecchio Continente e forse anche altrove.

Prima fu l'Italia (di nuovo!) ad ammantare di nero il proprio Governo. Il processo berlusconiano di sdoganare l'estrema Destra per poter arrivare a governare il Paese si è concluso con l'estrema Destra al potere e i liberalmoderati in posizione ancillare. Li volevano controllare, ora sono ai loro ordini (di nuovo!). Come buttare al macero un secolo di storia politica.

Poi toccò alla Francia. Il terremoto politico avvenuto con le scorse elezioni europee non lascia molti dubbi: le forze estremiste di una Destra nazionalpopulista sono al primo posto nel Paese e a poco serve il cordone sanitario che ancora una volta gli si è serrato attorno per impedirne l'accesso ai palazzi del potere. Prima o poi verrà eroso e allora non ci sarà più alcun ostacolo a frapporsi tra queste forze e il Governo del Paese

Infine arrivò la Germania: nelle ultime elezioni l'estrema Destra era sempre in crescita, ma stavolta, in Turingia e Sassonia, ha  fatto il botto, diventando il primo partito in entrambi i Land. A parole nessuno vuole allearsi con loro, ma tra nuovi partiti rossobruni e parole d'ordine dei moderati che si avvicinano pericolosamente a quelle dell'estrema Destra, chi può dire se nella pratica non uscirà qualche alleanza contronatura?

Il tutto nel bel mezzo del processo di formazione della nuova Commissione Europea, di due guerre ai confini dell'Unione (Ucraina-Russia e Israele-Palestina) e in vista di un'elezione presidenziale statunitense assai delicata. Che l'UE fosse debole nelle sue Istituzioni centrali è risaputo, ma che ad essa si aggiungesse anche la debolezza dei due Paesi principali è una novità non trascurabile, anzi! La presidenza Macron era iniziata al Palais du Louvre, ma rischia di concludersi in una nuova Place de la Concorde, mentre il Governo del Cancelliere Scholz rischia di diventare il più breve e scialbo della Germania post 1945.

Urge correre ai ripari. Calenda nei giorni scorsi ha fatto una breve analisi di quanto avvenuto in Germania (ma può benissimo valere per Francia e Italia) ponendo l'accento sul futuro fosco che molti cittadini percepiscono e collegando a questa percezione il voto alle Destre estreme. La discussione che ne è seguita ha posto in evidenza come probabilmente la gestione politica delle forze moderate (di Destra, di Centro e di Sinistra) sia stata fallace e incapace di affrontare i veri problemi delle persone. Dalla disillusione si è quindi passati alla contestazione ed infine a cedere alle sirene di partiti che sicuramente non sanno offrire soluzioni, ma capri espiatori (gli immigrati soprattutto) facili da individuare e una insieme di valori in cui l'egoismo e il disinteresse verso l'altro stanno ai vertici.

Ciò che dovrebbe far rabbrividire di tutto ciò è che queste posizioni non sono per nulla diverse da quelle dei partiti nazionalisti di un secolo fa; anzi, ne propugnano esattamente le stesse idee e gli stessi "valori". Stupisce che molti non se ne accorgano e li votino: se i presupposti sono gli stessi, difficilmente la conclusione sarà differente!

Tuttavia, per quanto difficile, è compito degli altri partiti democratici rendersi conto del disagio che hanno creato e cambiare le loro proposte politiche, non inseguendo questi estremisti (come purtroppo qualche partito sta già facendo, commettendo lo stesso errore dei liberali di un secolo fa), ma percorrendo con coraggio nuove vie che rimettano al centro la persona e i suoi bisogni. E se questo vuol dire qualche punto di deficit in più o una tassa in più a qualche categoria amica abbiano il coraggio di farlo. Se Parigi - come ci ricorda Enrico di Navarra - val bene una messa, la nostra Democrazia val bene qualche sacrificio (per chi può ancora permettersi di farli).


lunedì 3 giugno 2024

Democrazia e Rappresentanza

 



Il sogno democratico è nato ormai 25 secoli fa ai piedi del Licabetto, in Attica. Quella Democrazia, imperfetta e assolutamente limitata, era diretta, ovvero i cittadini si occupavano direttamente dell'amministrazione dello Stato. Diceva Pericle: "Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende la proprie faccende private. Ma in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le questioni private." Probabilmente parole he esprimono più un auspicio che la realtà (è evidente che ad Atene qualcuno si è fatto i propri interessi, altro che quelli comuni). Tuttavia quell'esperienza, finita drammaticamente prima con la sconfitta ateniese contro Sparta e poi con le successive conquiste macedone e romana, rimane una luce che dall'antichità arriva fino a noi come un faro nella notte. 

Le Democrazie attuali sono molto differenti da quella ateniese. Innanzitutto sono rappresentative: il Parlamento viene eletto a suffragio universale diretto dai cittadini (maggiorenni) e ha il compito legiferare a nome del Popolo cui appartiene il fondamento della sovranità. Sono quindi Democrazie che in qualche modo delegano al Parlamento la cura della res-pubblica. Ciò che diviene importante in questo caso è il legame che unisce cittadini e parlamentari: quando quest'ultimi rimangono fedeli a quanto espresso dal corpo elettorale e quando lo tradiscono?

Una possibile soluzione per cercare di mantenere in linea scelte elettorali e Parlamento, attuata in forma assai limitata ad esempio in Portogallo (e in pochi altri Paesi) è quella del vincolo di mandato, ovvero un istituto giuridico che prevede che gli eletti siano immediatamente responsabili nei confronti degli elettori, dai quali possono essere revocati (revoca degli eletti) anche in corso di mandato se si distanziano, con il loro comportamento, dal programma con il quale si sono presentati. La piena attuazione di questo tipo di mandato imperativo è propria degli Stati preda di regimi autoritari che di fatto negano i principi stessi su cui si basa la Democrazia. Fin dalla Rivoluzione francese infatti questo istituto è stato visto come segno di oppressione: chi viene eletto rappresenta tutta la nazione, non una parte di essa, rappresenta la conseguenza teorica dell'attribuzione al popolo (cioè ad una pluralità) della sovranità che era precedentemente attribuita ad un uomo solo, il monarca considerando quindi ogni singolo eletto dal popolo, semplicemente in quanto tale il rappresentante della nazione-popolo nel suo insieme, e quindi il depositario della sua intera volontà sovrana per cui egli deve necessariamente rappresentare, altrettanto simbolicamente, tutto il popolo nella sua interezza.

La Costituzione italiana afferma che «Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (art.67), ovvero che i parlamentari svolgono il loro incarico senza obblighi nei confronti di partiti, programmi elettorali o dei cittadini stessi. L’eletto quindi non ha nessun vincolo giuridico nei confronti degli elettori, ma solo una responsabilità politica. Una libertà di azione necessaria per poter svolgere le proprie funzioni senza pressioni e/o ricatti esterni. Nei regolamenti di Camera e Senato l’assenza di vincolo di mandato è declinata nella libertà per singoli eletti di intervenire in disaccordo con il proprio gruppo di appartenenza. Piena garanzia dell'eletto quindi, ma dove si trova la garanzia del rispetto dell'elettorato? I sistemi democratici, considerando la stabilità delle Istituzioni un valore intrinseco, vi hanno affiancato due assiomi, ovvero che l'eletto operi nell'interesse dell'elettore a sua discrezione, e che possa essere sfiduciato soltanto a fine mandato, mediante la non rielezione da parte del corpo elettorale, che censurerebbe così il comportamento dissociato rispetto al programma da lui enunciato nella precedente elezione.

Forse troppa utopia? Probabilmente. Tuttavia al momento non abbiamo ancora trovato una modalità alternativa e migliore per cercare di garantire i diritti, le libertà e i principi propri della Democrazia. Rimane il fatto che la quotidianità può metterci davanti a situazioni in cui gli eletti disattendono quanto avevano promesso e che i cittadini possano sentirsi traditi dai propri rappresentanti. La Democrazia è quindi una forma di governo imperfetta, sicuramente meno imperfetta di altre forme, ma anch'essa ha i suoi limiti. Sta a noi cittadini vigilare e scegliere bene i nostri rappresentanti, non guardando al nostro personale interesse, ma al bene comune. Ancora utopia? Forse, ma la Speranza è l'ultima a morire.   

sabato 4 maggio 2024

L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro

 



Nella settimana appena trascorsa abbiamo celebrato la Festa dei lavoratori. Alcuni potranno chiedersi cosa ci sia da festeggiare, in un momento storico in cui guerre e crisi minacciano l'occupazione e dove anche chi lavora a volte non riesce a vivere dignitosamente. Incertezza, sfiducia e delusione sono sentimenti comuni a molti cittadini e sembra che la politica non si curi di questo disagio presente nella società. 

Forse rileggere quanto la nostra Costituzione dice sul lavoro può essere un esercizio utile a recuperare l'importanza e la centralità che questo tema dovrebbe avere nella politica, così come l'ha nella vita di ciascuno di noi.

Il primo articolo della Costituzione definisce il lavoro come fondamento della Repubblica. Ma non è l'unico articolo che parla del lavoro; all'articolo 4 afferma: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". E ancora, agli articoli 35 e 37, continua: "La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori [...] La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.  La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.  La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione".

Parole importanti che tracciano una strada attraverso la quale la legislazione ordinaria dovrebbe muoversi al fine di raggiungere la piena realizzazione di quanto viene espresso in questi articoli. Probabilmente vi viene tratteggiato un mondo ideale, lontano dalla realtà, ma l'intento della Costituzione è proprio quello di esprimere alti ideali e di mostrare la bellezza di quel Bene Comune a cui tutti dovremmo tendere. Un mondo cui il Legislatore dovrebbe dare corpo, al di là delle idee politiche di riferimento di questa o quella parte. 

Provando ad analizzare brevemente il contenuto di questi articoli, emerge fin dall'inizio la centralità del lavoro inteso sia come attività manuale che intellettuale. La sua importanza sta nel fatto che senza di esso risulta impossibile dare prospettive ai cittadini che dal loro lavoro traggono la principale forma di sostentamento.  

A tal proposito l'articolo 4 approfondisce la tematica: esso ricorda come ogni cittadino debba svolgere un lavoro che concorra al progresso della società. Sembra riecheggiare quella frase infingarda che accoglieva i prigionieri internati nei campi di concentramento e di lavoro del regime nazista: 'Il lavoro rende liberi'. In realtà il contesto è chiaramente del tutto differente: la vera libertà che il lavoro garantisce è quella di poter provvedere a sé stessi (e alla propria famiglia) in modo legittimo, potendo scegliere quale attività svolgere ed è compito dello Stato mettere in atto delle politiche sociali tali da garantire questo diritto a tutti i cittadini affinché possano vivere in modo dignitoso. Ma il lavoro non è solo rivolto  sostentamento dell'individuo, ma anche al progresso della società: attraverso  le proprie attività i cittadini concorrono al progresso del Paese, al suo miglioramento, alla sua crescita (economica, intellettuale, spirituale); non ci sono quindi attività umili e altre prestigiose: qualsiasi lavoro è indispensabile per lo sviluppo dello Stato. La Repubblica non è (non dovrebbe essere) più uno stato classista!

A prova di ciò, l'art. 35 dichiara chiaramente una forte affermazione del principio di tutela del lavoro impegnando la Repubblica a curare la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori per garantire l’aspirazione di ciascuno "di raggiungere la preparazione e la competenza necessarie a svolgere un’attività consona alle proprie possibilità e aspirazioni". Uno Stato, quindi, che si prende cura dei propri cittadini, che non lascia fare al Mercato e alla sua mano invisibile e che cerca di creare le condizioni favorevoli affinché ciascuno possa trovare il suo posto nella società. Di contro, ovviamente, siccome lo Stato cresce se tutti contribuiscono con la propria attività in questa direzione, è dovere di tutti i cittadini rispettare le norme che disciplinano il mondo del lavoro. In questo modo la dimensione individuale non annulla quella collettiva ma le due dimensioni si integrano, nella convinzione che tra il singolo e la collettività esista un legame inscindibile.

Infine, l'articolo 37 ha permesso l’approvazione di una legislazione volta ad affermare la piena uguaglianza formale tra lavoratori e lavoratrici e costruendo una politica tesa al raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale (ovvero, effettiva), attenuando un evidente squilibrio a sfavore delle donne, che, a causa di discriminazioni accumulatesi nel corso della storia passata per il dominio di determinati comportamenti sociali e modelli culturali, ha portato a favorire le persone di sesso maschile. Quanto ai minori, la legislazione vieta il lavoro dei bambini (fino ai quindici anni di età) e consente quello degli adolescenti (fra i 15 e i 18 anni), purché il minore sia riconosciuto idoneo all’attività lavorativa mediante un esame medico e gli sia garantita la frequenza di attività formative fino al compimento del diciottesimo anno di età.

Vedere la distanza tra queste parole e la realtà può contribuire a quel senso di smarrimento di cui parlavo all'inizio, ma non possiamo accontentarci di una politica che abdica ad una delle sue principali funzioni: è in gioco la nostra dignità e la stessa tenuta del Paese, elementi troppo importanti per essere relegati in secondo piano o addirittura dimenticati.

martedì 30 aprile 2024

La Liberazione, festa di tutti

 


L'ultima settimana di aprile e l'inizio del mese di maggio sono un periodo un po' particolare, ricorrono infatti due importanti festività civili che caratterizzano la nostra Repubblica democratica: la festa della liberazione celebrata il 25 aprile e la festa del lavoro che ricorre il primo maggio.

Da sempre il 25 aprile è stato vissuto da una parte del panorama politico italiano e dai cittadini che da essa si sentono rappresentati come una festività divisiva. Quasi che fosse un momento celebrativo solo dei partigiani, identificati in blocco con il partito comunista. Una festa perciò da cui la Destra è di fatto esclusa, anzi, è una festa da intendersi contro la Destra.

Ovviamente nulla di più sbagliato. E i motivi sono assolutamente evidenti: tra le varie compagini partigiane presenti nel nostro Paese si ricordano gruppi afferenti a diversi pensieri politici, ovvero comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani e anarchici. Una varietà di appartenenze che ben esprime come ridurre la Resistenza a qualcosa di Sinistra sia semplicemente assurdo. Non solo, nella II guerra mondiale, a scontrarsi con i regimi fascisti non fu solo l'Unione Sovietica comunista, ma la Francia, la Gran Bretagna e gli USA guidati da governi non proprio identificabili con correnti di pensiero di Sinistra. Ciò significa che se una parte della Destra italiana si sente esclusa dalla Festa della Liberazione, vuol dire che probabilmente non si ritrova all'interno di una delle componenti che a quella liberazione hanno contribuito.

Anche il dirsi antifascisti non significa dirsi comunisti o di Sinistra: l'antifascismo è semplicemente la base da cui è nata la nostra Democrazia. La Repubblica italiana è sorta dalle macerie della II guerra mondiale e del regime fascista che per più di vent'anni ha guidato il Paese imponendo la propria visione in modo antidemocratico. Essere antifascista in Italia significa essere democratico, condividere i principi fondamentali su cui si fonda il nostro vivere assieme. Nulla di più, ma nulla di meno! 

In queste settimane è venuto a galla un nuovo termine: definirsi afascisti. Un'alternativa di Destra all'antifascismo. Lasciando da parte una certa dose di ridicolaggine rispetto a questa dinamica (da asilo infantile) è singolare che sia proprio il prefisso 'anti' ad essere problematica, meglio una generica α privativa che non richiede una partecipazione e una adesione attiva. Sì, perché definirsi antifascisti richiede di adoperarsi in prima persona - ciascuno secondo le proprie capacità e in base agli ambienti di vita - affinché certe dinamiche limitative dell'espressione personale di ognuno non si ripresentino. Essere afascisti invece ci permette il lusso di rimanere in panciolle mentre il mondo attorno a noi brucia. Ed è quello che ha fatto la borghesia liberale un secolo fa.

Al termine di un'epoca di grandi sconvolgimenti (che idealmente comprende tutto il lungo '800 partendo dalla Rivoluzione francese e concludendosi con la I guerra mondiale) e davanti alle conseguenze disastrose ed impreviste del conflitto mondiale, la borghesia e gli ambienti liberali pensarono di trovare nelle squadre fasciste l'antidoto al diffondersi del comunismo nell'Europa occidentale. Credevano, sbagliandosi, di poter governare il fenomeno e che si sarebbe sgonfiato nel momento in cui si sarebbe esaurita la spinta socialista. Invece a sparire furono proprio le democrazie liberali fagocitate prima dalla diffusione dei fascismi in gran parte del Continente e poi dall'orrore della II guerra mondiale.

Il mondo uscito dal secondo conflitto mondiale è radicalmente diverso da quello che ci è entrato: la partecipazione di massa a quella immane disavventura ha dato nuova coscienza a tutte le componenti sociali e ha portato alla nascita di repubbliche democratiche fondate su principi radicalmente diversi dai regimi liberali di inizio '900. Il suffragio universale, l'uguaglianza, la libertà (di stampa, di pensiero, di associazione...) i diritti civili divennero un patrimonio comune a cui difficilmente potremmo rinunciare. Ma serve rimanere vigili: essere diventati cittadini partecipi della gestione del Paese ci richiede di agire con coscienza, in stile antifascista, a protezione della nostra Democrazia, il nostro bene più grande e prezioso. 




domenica 21 aprile 2024

Pecunia non olet... forse...

 


Nelle ultime settimane diversi scandali giudiziari hanno sconvolto la politica in diverse regioni italiane. Alcuni politici locali sono finiti sotto inchiesta per aver tenuto comportamenti al di fuori della legge in occasione di passate elezioni. Nulla di nuovo: sono almeno 40 anni che ciclicamente emergono questi fatti assai poco edificanti nella classe politica del nostro Paese. Tuttavia, assistendo al dibattito che in questi giorni si è venuto a creare, credo che un punto meriti maggiore attenzione. 

La riflessione, nei vari talkshow politici, si è concentrata principalmente su due aspetti: il primo relativo alla selezione della classe dirigente che i vari partiti operano al loro interno e, collegato a questo, i fatti di cronaca giudiziaria che hanno portato diversi politici a dover fare un passo indietro o verso le patrie galere. Manca però una riflessione sui fatti in sé stessi: la Magistratura indaga sui singoli fatti e cerca di giungere ad una ricostruzione il più fedele possibile della realtà per poter giudicare se sia stato compiuto un illecito o meno. Ma non spetta ad essa offrire contestualmente una riflessione complessiva sul significato di tali reati all'interno della nostra democrazia, questo compete alla politica. 

Volendo provare a dare un senso a quello che emerge, credo sia importante non fermarsi al solito dito, quanto alzare lo sguardo e osservare la luna. Uno degli aspetti emersi (non nuovo, a dire il vero) è stato quello che alcuni politici offrivano 50 euro in cambio del voto. Che significato dare a questo fenomeno? Probabilmente una parte di questi elettori si trova in situazioni di ristrettezza tali che quella misera somma può fare la differenza, ma altri sicuramente avranno pensato che 50 euro per mettere una croce su un mone in fin dei conti non era poi così male. Ecco allora che quella somma è il valore che questi elettori danno alla nostra democrazia: uno spettacolo così indecente che per andarlo a vedere sono i protagonisti a pagare gli spettatori e non viceversa! 

Ma qual è la differenza tra questi soldi offerti agli elettori o accordi sul numero di farmacie di un paesello siciliano e le promesse elettorali che ogni partito fa? veramente c'è una differenza sostanziale tra la promessa di non toccare le concessioni balneari o le licenze dei tassisti o il fatto di introdurre il reddito di cittadinanza o nuove assunzioni a pochi giorni dalle elezioni e gli illeciti commessi dai politici finiti sotto indagine in questi giorni? I manifesti elettorali della DC che recitavano "Dio ti vede, Stalin  no" con il loro ricatto morale erano più innocenti dei 50 euro promessi oggi? Certo, non mi sfugge la differenza sostanziale che un conto è fare una promessa pubblicamente e muoversi alla luce del sole, altro muoversi nell'ombra e tramare sotto banco per acquisire pacchetti di voti. Ma fino a che punto i politici sono pronti a spingersi pur di vincere?

Immaginare che quanti si dedicano alla Res Pubblica siano disinteressati e lo facciano esclusivamente per il Bene Comune è una pia illusione. Questo non significa che la politica sia fatta da uomini e donne privi di scrupoli, semplicemente un conto è l'ideale cui la maggioranza di essi tende, altro quello che poi realmente riescono a fare, pagando dazio alla loro umanità. Nessuno di essi si candida per perdere! Cercare dei modi per vincere ammaliando gli elettori fa parte del gioco politico e a volte si rischia. I responsabili dei vari partiti sanno che affidarsi a delle personalità che attirano moltissime preferenze probabilmente li esporrà al rischio di trovarsi poi invischiati in giochi poco chiari; allora perché lo fanno? Proprio per cercare di superare gli avversari, perché sono convinti che il loro programma sia migliore di quello degli avversari e che il cedere a qualche personaggio chiacchierato non inficerà la validità del loro progetto politico. 

Nulla di più sbagliato. Questo tipo di candidature infatti rischia di far perdere di credibilità la politica nel suo insieme: che valore può avere una lista in cui sono presenti persone che hanno cambiato ripetutamente casacca senza nessuna apparente motivazione? Diventa evidente che l'unico motivo per cui sono inseriti nelle liste è la loro capacità di attrarre voti e preferenze. Ma che fine fa allora la progettualità politica e l'adesione ad un programma di governo? Ovviamente passano in secondo piano e questo gli elettori lo capiscono. Allora tornano buoni i 50 euro: se devo andare a votare per qualcuno che già so non farà cambiare nulla nella mia vita, almeno che ne abbia un beneficio, piccolo se vogliamo, ma meglio di niente.

Questo è un problema che da sempre si riscontra nelle democrazie: fin dall'antichità la necessità di muovere masse di cittadini elettori ha solleticato la fantasia dei vari capipartito. Delazione, corruzione, accordi sottobanco, voltafaccia e cambi di casacca, promesse (poi puntualmente deluse e reiterate) fanno parte di quella che ancor'oggi rimane la migliore forma di governo che conosciamo. Tuttavia non possiamo e non dobbiamo come cittadini rassegnarci a questo modo di fare. Dobbiamo pretendere la massima correttezza possibile da quanti si propongono per gestire la cosa pubblica. E abbiamo il dovere di partecipare in prima persona alla politica, solo così potremmo limitare l'influenza di questi figuri alquanto discutibili e rendere la loro influenza inutile.
        

venerdì 19 aprile 2024

Idealismo e realtà

 


Nei giorni scorsi, guardando un TG, ho visto un servizio che presentava l'apertura di una mostra dedicata a Giovanni Gentile, filosofo neoidealista italiano, padre dell'omonima riforma scolastica del 1923 e membro convinto del Partito Fascista. Non è mia intenzione in questo frangente discettare sul profilo di colui che resta una delle principali figure filosofiche del '900 nel nostro Paese, ma mi offre l'occasione di parlare di scuola. Il servizio infatti chiudeva con un accenno alla qualità della scuola italiana, a seguito della riforma gentiliana.

L'intervento di Gentile fu una riforma organica del sistema scolastico italiano, rimasto in vigore in maniera immutata fino al al 1962 (ben oltre quindi l'avvento della Repubblica e del ritorno della democrazia in Italia). I principi dai quali mosse tale intervento furono antidemocratici, antimoderni ed elitari, soprattutto per quanto riguarda l'istruzione superiore: essa doveva essere riservata esclusivamente agli studenti migliori o appartenenti a famiglie facoltose (la qual cosa spesso coincideva, visto che l'assoluta maggioranza degli studenti che proseguivano gli studi apparteneva a famiglie agiate, indipendentemente dalle capacità personali).

Due frasi del filosofo-ministro possono chiarire meglio il concetto: «Gli studi secondari sono di lor natura aristocratici, nell'ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori; perché preparano agli studi disinteressati scientifici; i quali non possono spettare se non a quei pochi, cui l'ingegno destina di fatto, o il censo e l'affetto delle famiglie pretendono destinare al culto de' più alti ideali umani». E ancora: «Alla domanda, un po' irosa: - Come si fa a trovar posto per tutti gli alunni? - io rispondo: - Non si deve trovar posto per tutti. - E mi spiego. La riforma tende proprio a questo: a ridurre la popolazione scolastica». I valori propugnati agli scolari erano i seguenti: rispetto della legge, ordine, disciplina e obbedienza all'autorità dello Stato (ovviamente allo Stato totalitario Fascista).

Ovviamente questi concetti sono ad oggi assolutamente incondivisibili e insostenibili. Ma cosa rimane di questa riforma nel profondo dell'animo di noi italiani? Perché se da un lato quasi nulla rimane di quanto operato da Gentile nella scuola, dall'altro probabilmente abbiamo interiorizzato alcuni principi che ancora oggi - 100 anni dopo - sono duri a morire e ad essere superati. Come mai, ad esempio, consideriamo ancora oggi l'istruzione liceale superiore a tutte le altre possibili scuole superiori? E perché tra i licei consideriamo ancora il Classico come il liceo per antonomasia? Come mai gli Istituti Professionali sono diventati il rifugio/ripiego di tutti quegli studenti che gli altri Istituti di Istruzione Superiore non riescono a gestire? E cosa dire dei CFP triennali? E chi ha deciso che alcune discipline (Greco e Matematica ad esempio) sono più nobili di altre? Qual è il senso di aver snaturato alcuni percorsi liceali per piegarli a logiche che non gli appartengono (si pensi ad esempio al liceo sportivo o al liceo scientifico tecnologico)? Potrei continuare, ma credo sia chiaro il punto.

La scuola, ad oggi, si trova a vivere un momento di grande travaglio e di difficoltà nello stare al passo con le esigenze del mondo contemporaneo e, in una società che sembra ragionare secondo uno schema binario, può sembrare che abbia perso parte della sua centralità. Bisogna allora allontanarsi dal contingente e guardare il tutto in prospettiva: compito della scuola è quello di concorrere alla formazione dell'uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione. A partire da questo, l'articolo 3 della Costituzione afferma che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Garantire il pieno sviluppo della persona umana è uno dei compiti della Repubblica e la scuola è lo strumento primario attraverso il quale questo può avvenire. Per tutti. Siamo lontani anni luce dal pensiero di Gentile.

Ma la realtà non è così facile: cosa vuol dire pieno sviluppo della persona? Come la scuola può divenire un valido aiuto in questo? Ha ancora senso la scuola così com'è? La scuola è pronta ad affrontare le sfide dell'uomo del XXI secolo? Come possiamo evitare che la scuola diventi un percorso di sofferenza per alcuni dei nostri studenti? La scuola gentiliana ha avuto sicuramente alcuni meriti e aspetti positivi, tuttavia non può essere un punto di riferimento per la scuola del presente e - soprattutto - del futuro. Per cui guardare al passato non serve a molto, se non ad escludere percorsi già vissuti. Serve una nuova riforma che trasformi in modo organico tutto il sistema scolastico italiano (che dopo le molte riforme parziali delle ultime legislature è assai sconquassato e contradditorio al suo interno), ma al momento non si vede all'orizzonte un simile intento. Nel mentre, probabilmente, il primo passo che potremmo fare noi cittadini sarebbe quello di cominciare a smettere di fare una distinzione valoriale tra i vari percorsi di scuola secondaria e vederli come strade attraverso le quali ciascun ragazzo comincia a scoprire e ad esprimere le proprie capacità, abilità e potenzialità. Un primo, piccolo passo che avrebbe il pregio di superare tanti luoghi comuni che spesso sono il primo ostacolo che gli studenti devono superare, prima ancora di iniziare il loro percorso.

lunedì 15 aprile 2024

Homo Homini Lupus

 


Per formazione e indole sono sempre stato portato a pensare all'essere umano come buono e rivolto naturalmente al bene, tuttavia gli ultimi anni mi hanno portato a rivedere questa idea e ad approdare ad un'immagine meno lusinghiera.

All'inizio dell'epidemia di covid i balconi si sono riempiti di striscioni con frasi che ci ricordavano che ne saremmo usciti migliori; in quel clima surreale pareva emergere il volto più umano di molti di noi: quella disponibilità a condividere nonostante le restrizioni, ad alleviare la durezza del lockdown sembravano confermare che avremo superato quella bruttissima esperienza grazie all'affinamento delle nostre migliori qualità. Anche il tentativo delle autorità di sottolineare come la distanza fisica necessaria non fosse lontananza emotiva e relazionale dall'altro indicava proprio che il legame che ci tiene insieme era più forte di qualsiasi male. Invece non è andata proprio così...

Gli striscioni sono sbiaditi, i balconi sono tornati al loro consueto mutismo e tutti noi ci siamo fatti attanagliare dalla paura di quella pandemia che sembrava non voler lasciarci tornare alla nostra vita. In questa condizione ci siamo persi la parte migliore di noi, o meglio, abbiamo gettato quella maschera che solitamente per convenienza civile indossavamo e abbiamo rivelato il nostro vero volto. L'astio e quasi l'odio rivolto verso coloro che hanno faticato ad adeguarsi e a comprendere le regole in vigore durante la pandemia è stato il primo campanello d'allarme: in quella situazione dividersi tra provax e novax e litigare tra noi, perdendo di vista che in ogni caso eravamo persone, è stato deleterio e ha logorato il tessuto sociale più della pandemia stessa. 

Ciò che è emerso in modo dirompente è stato l'istinto di conservazione proprio di ciascuno di noi: il vaccino è stato visto come la salvezza e la soluzione ad ogni male e, conseguentemente, coloro che erano contrari erano visti come gli untori e nemici pubblici. Viceversa coloro che erano contrari al vaccino hanno visto tutte quelle regole come un'indebita e intollerabile intromissione dello Stato nelle loro vite e i provax come dei servi del sistema da cui rifuggire con orrore. Ognuno aveva qualcosa che voleva preservare ed era pronto a difenderlo con le unghie e col coltello tra i denti. 

L'effetto successivo, complice il lockdown, è stata una certa involuzione dei rapporti intersoggettivi e sociali: ci siamo accorti che in qualche modo riusciamo a bastare a noi stessi e che l'altro ci richiede uno sforzo di comprensione che probabilmente ad oggi non siamo più così sicuri di voler fare. Il fatto che molte realtà sociali si siano trovate in sofferenza per la mancanza di partecipazione attiva a seguito del periodo pandemico è un'amara realtà che ci mostra come un certo senso di autosufficienza si sia diffuso nel corpo sociale. 

Se a tutto questo aggiungiamo le notizie che ci arrivano quasi quotidianamente dalla cronaca nera o dai vari scenari di crisi e di guerra internazionali comprendiamo bene come quel 'ne usciremo migliori' sia stato un puro auspicio andato fin troppo presto disatteso.

Allora, aveva ragione Hobbes quando affermava che homo homini lupus? Non credo, ritengo piuttosto che questi anni ci abbiano fatto fare un passo in avanti in quel percorso che l'età contemporanea aveva già iniziato, ovvero all'assolutizzazione dell'Io e alla contemporanea sparizione del Noi per privilegiare un Tu/Voi da intendersi non come fratello o compagno, quanto piuttosto come qualcuno da cui guardarsi e da intendere come un individuo a me concorrente.

Quali possono essere le soluzioni a questa deriva? Francamente non ne vedo molte; la politica - che in un sistema democratico dovrebbe essere la prima barriera contro questo sbandamento - non ha né la forze né la credibilità per sostenere una riscossa della dimensione sociale e comunitaria, anzi alcuni tra i partiti più importanti svolgono ruolo da capofila nella diffusione di una mentalità sempre più egoistica ed egocentrica. Rimane quindi il mondo dell'associazionismo, ultimo baluardo che ci aiuta a vedere nuovamente l'altro come un Tu/Voi che non vuole togliere nulla a noi, quanto piuttosto offrirci la ricchezza della sua persona, in una comunione di persone, di ideali e di valori allo scopo di costruire un mondo migliore per tutti.

Forse anche questa mia ultima speranza è un modo per indorare un mondo che in realtà è più crudo di quanto voglia ammettere, ma non sono ancora pronto ad arrendermi ad un mondo triste, grigio e accigliato dove egoismo e egocentrismo sono i valori fondanti e più alti da vivere e propugnare.

domenica 14 aprile 2024

Questione morale

 





Le vicende di queste ultime settimane in Puglia e Piemonte hanno riportato alla ribalta la questione morale della politica, soprattutto a Sinistra. Berlinguer nell'ormai lontano 1981 diceva che "la questione morale è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle Istituzioni, l'effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico". Alla luce di tutti questi anni possiamo affermare tristemente che tale questione non sia stata risolta, da nessuna delle forze politiche che nel corso di questi 40 anni si sono succedute nel panorama politico del Paese.

Come mai? Cosa ha frenato la politica dall'affrontare a muso duro questa questione, soprattutto dopo gli scandali legati a Tangentopoli e alla mai ben chiarita trattativa tra Stato e Mafia? E perché tale questione sembra attanagliare e sfregiare soprattutto la Sinistra? A leggere i giornali sembra sempre il solito copione che si ripete: un forza politica per mantenersi al potere (o cercare di raggiungerlo) si affianca a figuri dalle frequentazioni poco raccomandabili e affida ad essi il compito di raggiungere il risultato sperato, salvo poi scoprire - tramite le indagini della magistratura - che le modalità utilizzate non erano proprio democratiche e lecite. Scandali più o meno gravi che a turno hanno colpito tutte le forze politiche, ma nessuna di esse ha mai voluto o avuto il coraggio di tranciare di netto con queste modalità operative. 

Sia chiaro, non significa che tutto il sistema politico sia marcio o che tali personaggi siano così influenti da determinare l'andamento della politica nazionale, ma un legittimo dubbio su quanto effettivamente siano influenti rimane e questo non facilita certo la fiducia nei partiti e nelle istituzioni da essi guidate, che siano locali o nazionali. I punti sottolineati da Berlinguer rimangono ancora tutti in campo: la disaffezione dalle elezioni indica proprio la mancanza di fiducia nelle istituzioni dei cittadini, nell'intima consapevolezza che il loro voto è inutile in quanto è tutto già deciso da altri, che la politica sia solo un teatrino, ma che poi non cambi molto tra questo o quel capo politico e partito. Queste impressioni, probabilmente errate ma ben radicate nel Paese, ci restituiscono un'immagine in chiaroscuro del nostro sistema democratico.

Tali riflessioni agitano da sempre soprattutto la Sinistra italiana in quanto negli anni si è venuto a costruire il mito della superiorità morale di questa parte politica rispetto alle altre. Ma da dove trae origine tale mito (perché di mito si tratta)? Nel corso dello tsunami che ha travolto la cosidetta Prima Repubblica, il PCI ne uscì quasi indenne, tuttavia credo che tale illibatezza sia dovuta più al fatto che non arrivò mai al governo del Paese più che ad anticorpi congeniti presenti nelle persone che lo guidarono ai vari livelli: il fatto di non gestire grosse fette di potere lo mise nella condizione di non dover chiedere ed offrire favori ad alcuno per cui ne uscì con le mani (quasi) pulite. Tuttavia il fatto di non essere stato travolto come gli altri principali partiti (DC e PSI) rafforzò l'immagine di una Sinistra italiana impermeabile ai mali del Paese e quindi superiore moralmente a tutti gli altri contendenti. Se poi ripensiamo a tutti i processi che ha dovuto affrontare Silvio Berlusconi, leader della Destra italiana negli ultimi 30 anni, appare evidente come tale superiorità morale fosse usata dai partiti eredi del PCI come una sorta di patentino per distinguere la buona politica (la loro) dalla cattiva politica (quella di Berlusconi).

Tempo fa un politico disse che la classe politica non dev'essere migliore dei cittadini di un Paese, ma esattamente loro immagine essendo loro espressione. Io credo invece - probabilmente in un eccesso di romanticismo - che chi fa politica debba essere espressione della parte migliore della cittadinanza. Un politico beccato con le mani nella marmellata non scredita solo sé stesso, ma l'istituzione di cui fa parte e danneggia la democrazia che diceva di voler servire. E qui si viene al punto: se sei un politico di quella parte, la Sinistra, che da sempre dice di essere a servizio di coloro che sono i più svantaggiati della società risulta ancora più odioso scoprire che invece di servire ti sei avvantaggiato della situazione e per giunta in modo poco limpido. Ecco quindi che la questione morale, per tutta la politica, ma soprattutto per la Sinistra diventa una questione di sopravvivenza: senza una specchiata credibilità morale con che coraggio ci si può presentare ai cittadini?

Certo, mi si può obiettare che l'asticella è troppo alta e che in partiti così grandi e presenti in tutte le istituzioni del Paese sia normale che qualche mela marcia ci sia. La questione a mio avviso non è l'assenza di individui scorretti, ma che una volta scoperti siano messi in condizione di non nuocere al Paese e alle Istituzioni che incarnavano. Forse mi illudo, forse credo in un mondo che non esisterà mai, ma rimango fermamente convinto che solo questa tensione verso il meglio sia l'unica strada percorribile per ridare alla nostra stanca democrazia nuova forza e nuova vitalità.
  






mercoledì 3 aprile 2024

Purgatorio Italia

 





«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!»

(Purgatorio, canto VI, vv. 76-78)


Questi versi di Dante, scritti ormai più di 700 anni fa, sono sempre validi. Ieri era lo scontro tra la Lega dei Comuni, l'Imperatore germanico e il Papa, oggi le diverse scaramucce tra le varie forze del Paese: sempre nave sanza nocchiere e sempre in gran tempesta. Un bel bordello!

La questione principale è quella della mancanza di visione politica a medio e lungo termine. Il nocchiere non è da intendersi come l'uomo (o la donna) della provvidenza, ma come quella politica capace di tratteggiare una rotta sicura in cui far navigare il Paese, tuttavia, se si è sempre in campagna elettorale diventa difficile poter costruire questo percorso. E la situazione internazionale non aspetta certo le lungaggini del nostri sistema istituzionale (o di quello europeo) per sottoporci le sue crisi. Il rischio è che prima o poi si scateni la tempesta perfetta che faccia affondare la nave e noi con essa.

Ci sono alcuni pensieri che mi frullano in testa da un po' di tempo: possibile che, pur nel cambio dei Governi e delle Maggioranze le linee fondamentali della politica rimangano praticamente identiche? Che governino Draghi, Meloni, Conte, Renzi o Gentiloni la sostanza non cambia. L'impianto generale delle politiche rimane lo stesso. E sostanzialmente si concretizza in tagli, mance e nuove tasse. Togliamo il superbonus, ma facciamo qualche condono fiscale, riduciamo i finanziamenti alle politiche sociali o alla sanità e al contempo offriamo qualche mancia a questa o quella categoria specifica. Non è solo una questione - già messa in musica qualche decennio fa - di cos'è Destra e cos'è Sinistra, ma proprio di avere in testa un progetto, di qualsiasi tipo.

Come cittadino mi piacerebbe allora che i vari leaders politici si esprimessero chiaramente rispetto ad alcuni temi, mettendo da parte tecnicismi e i discorsi per rabbonire e ammansire le folle:
1) la sanità pubblica...cosa ne facciamo? Perché se Lombardia e Veneto sono fiori all'occhiello in merito, altro che bordello! Liste d'attesa infinite, ospedali chiusi, mancanza di medici sono tutti incentivi indiretti verso la sanità privata, ma non sono certamente a costo zero.
2) scuola, università e ricerca: ci crediamo nella formazione? vogliamo investire nel futuro del nostro Paese o ci lamentiamo dei cervelli in fuga e al contempo approviamo classi pollaio? Integrazione e lotta contro ogni forma di disagio non si fanno solo a parole, servono fondi, personale e progetti precisi. Dove reperire tali risorse? Probabilmente serve una riforma complessiva del sistema, ma per andare verso dove?
3) il mondo del lavoro: salario minimo, contratti, ammortizzatori sociali...riusciamo a mettere ordine in questa selva oscura o preferiamo continuare a nasconderci e dare la colpa ai governi precedenti? Come rendere attrattivo il nostro Paese e come sostenerne il sistema produttivo senza dover continuare a versare milioni nelle casse di società industriali perennemente in crisi e incapaci di restare all'interno dell'economia di mercato?
4) per quanto riguarda l'economia e il bilancio dello Stato riusciamo ad avere un piano credibile di riduzione del debito, di lotta all'evasione e all'elusione fiscale, di dismissione di tutte le pratiche di bonus vari per costruire un'azione complessiva? Possibile che non sia possibile rivedere il quadro globale del bilancio dello Stato andando al di là dei tagli lineari? Quali sono i punti centrali su cui puntare le (poche) risorse a disposizione per rilanciare l'economia del Paese? Come pensiamo di sostenere questo sistema produttivo e di vita? Quali energie pensiamo di utilizzare? la transizione ecologica come la vogliamo fare (se la vogliamo fare)?
5) La giustizia nel nostro Paese procede a rilento e la mole di leggi presenti nel nostro ordinamento rende tutto molto fumoso. A quando una riforma che non sia 'ad cazzum' ma complessiva del sistema, per cercare di aggredire i gangli problematici e darci una giustizia degna di tale nome, che inchiodi i furbetti (oltre che i criminali) e non li lasci liberi di continuare a operare solo perché muniti di bravi avvocati in grado di piegare la legge a loro favore.
6) Siamo una penisola protesa nel mare ed esso è la prima linea della nostra politica estera. Il nostro ruolo nel Mediterraneo e in Europa, idee in proposito? Magari con un po' più di concretezza (= soldi anche) del fantomatico "Piano Mattei" che non ha - al momento - né capo né coda. Quali partnership consideriamo strategiche all'interno dell'UE, nella zona mediterranea e nel Mondo? La cooperazione internazionale, quali finalità e quali risorse?
7) Il Parlamento sta lavorando attorno ad una riforma parziale della Costituzione. Quale sistema istituzionale si ha in mente di costruire? Si dice che abbiamo la Costituzione più bella del mondo, ma che in alcuni aspetti segna ormai il tempo. La Costituente ha lavorato in un certo modo, unendo al suo interno tutte le anime (liberale, popolare, socialista), ora ci aspettiamo l'ennesimo cambio a maggioranza e fallimento al referendum? In Europa ci sono Paesi con altri sistemi istituzionali (tutti con pregi e difetti), forse basterebbe prendere spunto e adattare più che inventare altre 'porcate'.
8) gli enti locali spesso si sobbarcano le prime risposte da dare alle esigenze dei cittadini e solitamente tali risposte sono parziali, contradditorie, insufficienti...Come si pensa di creare integrazione, di superare le crisi locali, di combattere la criminalità senza mettere Comuni, Province e Regioni in grado di operare al meglio? La sussidiarietà è un valore da perseguire o l'autonomia è solo una bandiera da sventolare quando si deve nascondere altro? E quale struttura deve avere tale relazione tra Enti e Centro per non mettere nessuno in difficoltà?

Alcuni temi e alcune sollecitazioni...ce ne sono molti altri...ma avere già risposte chiare e non in politichese su questi sarebbe un passo avanti. Dubito arriveranno e dubito le cose cambieranno. La speranza è l'ultima a morire, ma alla lunga muore anche essa e la disaffezione dei cittadini dalle urne è il segnale più lampante di questa malattia della nostra democrazia. Non è facile andare a votare se non si sa cosa votare perché tutti sembrano timpani che non fanno altro che rimbombare la loro vuotezza di contenuti. Tuttavia credo che come cittadini abbiamo il diritto di ricevere, anzi di pretendere risposta! Ma l'Italia non è più Paese di rivoluzioni e preferiamo trovare vie alternative per raggiungere ugualmente il nostro scopo. E questo contribuisce non poco a prolungare questo purgatorio nel quale ci troviamo a vivere.





venerdì 29 marzo 2024

Pace



Le settimane che ci stanno davanti sono settimane ricche di significati religiosi: da questa domenica e fino al 5 maggio i cristiani di ogni confessione, come gli ebrei e i mussulmani vivranno alcuni tra i giorni più importanti del loro calendario religioso [cattolici e protestanti celebreranno la Pasqua questa domenica mentre gli ortodossi il 5 maggio, i mussulmani festeggeranno la fine del ramadan il 10 aprile e gli ebrei vivranno la pasqua tra il 22 e il 30 aprile]. Ed è singolare che in tutte 3 queste tradizioni religiose il saluto si agganci alla parola Pace: il saluto del Risorto, quello ebraico "shalom" e quello islamico "as-samu 'alaykum" contengono proprio un augurio di pace.

Ma di pace nel vicino oriente non se ne vede neanche l'ombra, anzi, i venti di guerra continuano a soffiare impetuosi e ogni tentativo di trovare una soluzione finisce nel vortice delle reciproche recriminazioni e diviene lettera morta. Non nascondo che la speranza di vedere la situazione risolversi in modo positivo comincia ad affievolirsi e il futuro non sono sicuro che riserverà piacevoli sorprese in merito. 

In questo contesto, lasciarsi prendere dal turbinio di emozioni ed eventi è facile: motivi per recriminare su ogni punto se ne trovano a bizzeffe, ma a cosa porta tutto questo se non a perpetuare all'infinito una situazione di guerra fratricida. Trovare il coraggio di uscire da questa logica è difficile e espone al rischio di essere fraintesi o, peggio, di essere percepiti come traditori o venduti alla parte avversa. 

Le feste che ci apprestiamo a vivere ci ricordano però che non è sempre la via più diretta quella da seguire: Mosè porta il popolo sulla via del deserto, più lunga e insidiosa, ma più sicura rispetto alle incursioni egizie; e non è detto che la vita ci presenti le situazioni che avremmo voluto vivere, ma queste sono comunque occasione di salvezza per se stessi e per gli altri: non credo che a Gesù abbia fatto piacere finire inchiodato ad una croce, eppure quell'atroce supplizio è divenuto segno di vita nuova; e il controllo delle proprie emozioni, pulsioni, desideri e volontà è importante per vivere al meglio: il digiuno prolungato del ramadan ci aiuta a comprendere ciò che vale veramente nella vita. 

Non riuscire a inverare questi insegnamenti nella vita di tutti i giorni è il più eclatante fallimento dei credenti e la contraddizione più grande davanti alle feste che si avvicinano. La speranza - probabilmente vana - è che arrivi presto un giorno in cui davanti a tutto questo male abbiamo la forza di fermarci e chi è chiamato a ruoli di responsabilità e di potere si ricordi che "nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra".

    Buona Pasqua! 
          חג פסח שמח
            عيد مبارك


mercoledì 27 marzo 2024

Tutti contro tutti

 


La litigiosità, si sa, è una prerogativa della Sinistra: una radice di anarchia deve essere sopravvissuta alle successive trasformazioni delle varie anime che la compongono. Meno evidente invece questa caratteristica nella Destra. Non perché non ci sia, ma in quanto l'adagio inneggiante a ordine e disciplina riesce sempre a prevalere sulle specifiche esigenze delle varie compagini. Almeno fino ad oggi.

Un'avvisaglia si era già avuta anni fa con lo scontro tra Fini e Berlusconi, ma il dominus di Forza Italia (allora Popolo della Libertà) era riuscito facilmente ad avere ragione dell'avversario interno e a neutralizzarlo. Stessa cosa si può dire per tutti i "delfini" forzisti, bollati alla fine come traditori e regicidi.    

In questi giorni, complice la campagna elettorale per le elezioni europee in cui ciascuna forza (o quasi) si presenta singolarmente, sembra di assistere ad una versione aggiornata e corretta delle baruffe chiozzotte di goldoniana memoria: un tutti contro tutti nel tentativo di attirare quel voto in più che potrebbe significare la salvezza o la crisi di innumerevoli leaders politici del nostro Paese. Tutto viene visto in funzione utilitaristica: al centro non ci stanno idee o programmi sull'Europa, ma la necessità di pesarsi tra capi partito per vedere chi potrà alla fine fregiarsi del titolo di vincitore di questa tornata elettorale. Data questa situazione, il risultato finale appare scontato; a meno di tragici travasi di voti, nessuno si dichiarerà sconfitto e tutti troveranno qualche dato cui potersi appigliare per celebrare la propria vittoria (di Pirro). Una classica cosa all'italiana, insomma.

Dando uno sguardo ai 3 poli si trovano situazioni assai comiche, che denotano da un lato la mancanza di progettualità politica di alcune forze e dall'altra la costante necessità di alcuni leaders di prendersi il centro della scena, anche se non hanno nulla di intelligente da dire (ma in questo sono aiutati di talk show politici che quotidianamente inondano le nostre TV).

Partiamo dal Centro: la galassia LibDem è da settimane in preda a convulsioni foriere di evoluzioni e smentite quotidiane. Sulle scelte nelle elezioni regionali stendiamo un velo pietoso perché si rischia di perdere la sanità mentale, mentre sul fronte delle elezioni europee le ultime novità danno Italia Viva e +Europa unite nella ricerca di superare lo sbarramento del 4% e Azione che si è unita ai Repubblicani (esistono ancora?) impegnata sempre nel medesimo obiettivo. Ovviamente, qual ora entrambe le liste superassero la soglia di sbarramento confluirebbero nel medesimo partito europeo: ALDE. Non conveniva allora cercare di costruire un progetto politico unitario, credibile, al riparo dall'ego dei capi, con cui presentarsi ai cittadini? Dicono di essere l'unica alternativa possibile al nazionalismo e al populismo, ma mi pare che più che altro si siano messi in alternativa tra loro, col rischio che nessuno entri al Parlamento europeo (o che il partito più grosso, Azione, rimanga fuori e vi entrino due compagini più piccole). Ennesimo fallimento annunciato? Vedremo.

A Destra volano gli stracci da un po'. Meloni vuole il bis di Von der Leyen, ma con una maggioranza diversa (spera che i suoi Conservatori prendano il posto dei Socialisti e Democratici), Salvini vuole la stessa alleanza che c'è qui in Italia (Nazionalisti, Conservatori e Popolari), ma Tajani e altri leaders popolari escludono categoricamente di potersi alleare con i Nazionalisti (gruppo cui fanno parte, oltre alla Lega, anche AfD e RN). I popolari poi non hanno dato un consenso unanime a Von der Leyen, quindi bisogna vedere se la sua candidatura soppravviverà alle elezioni: nel caso in cui il PPE proponga un candidato diverso alla guida della Commissione Europea, Meloni sarà disposta a sostenerlo? E siamo sicuri che i voti dei Conservatori basteranno a compensare i voti di S&D per dare all'Europa il primo governo di Destra della sua storia? Anche qui più incognite che certezze e più calcoli che programmi. Inoltre, a questo risiko si aggiunge il fatto che se la Lega dovesse prendere meno voti di Forza Italia, Salvini faticherebbe a tenere a freno la voglia di congresso che già circola in alcuni ambienti del suo partito. Farà quindi di tutto pur di non finire disarcionato. Prepariamo i popcorn. 

Infine la Sinistra. La prima questione è dove andranno i 5S; impensabile che possano portare anche sul piano europeo il teatrino indecente che stanno da settimane allestendo qui nel Paese e a quel punto Conte sarà finalmente costretto a smettere di sgusciare come un'anguilla e a prendere una posizione chiara. Il PD ha deciso di candidare la Segretaria, mossa disperata per cercare di scongiurare una rovinosa debacle? Può essere, ma in questo caso, se sconfitta sarà, non ci sarà appello per Schlein. La loro speranza è quella che nella bilancia, alla fine, S&D pesi più di ECR, così da continuare a restare nella maggioranza parlamentare che guida le Istituzioni europee. Tocca sperare nella Spagna di Sanchez. Alla Sinistra dei due partiti principali si sta muovendo tutta una serie di liste che molto probabilmente si scontrerà con lo sbarramento del 4%, per cui le speranze e i sogni di molti si infrangeranno la sera stessa delle elezioni. Sarà comunque un voto di testimonianza, certamente apprezzabile, ma inutile.

Alle elezioni del 6-9 giugno mancano ancora alcuni mesi. Stiamo entrando nel vivo della competizione. Sono sicuro che ne vedremo delle belle e la coerenza delle varie forze politiche (quella poca che ancora hanno) sarà messa a dura prova. Venghino signori e signore, venghino! Lo spettacolo sta per iniziare!   



martedì 12 marzo 2024

Il Campo giusto

 




La Presidente del Consiglio, commentando il risultato delle elezioni abruzzesi, ha sottolineato una cosa importante: "L'importante non è un campo largo, ma un campo coeso". Il sottotesto di tale affermazione è che la coalizione di Destra ha vinto perché coesa, mentre il campo largo della Sinistra ha perso perché mancante di coesione. Ovviamente tale narrazione è assolutamente propagandistica nella sua prima parte, in quanto ci sono differenze evidenti tra i vari partiti della coalizione guidata da Giorgia Meloni, anche se - al momento - non sono tali da mettere in pericolo la stabilità del Governo. Vale pienamente invece come analisi della situazione delle opposizioni.

Lo ha insegnato a sue spese Romano Prodi: creare un'accozzaglia con tutti dentro può portare a vincere le elezioni, ma sicuramente non è garanzia di governabilità. Urge allora una riflessione circa quanto accaduto nelle due ultime elezioni regionali in Sardegna e Abruzzo.

Quello che emerge da entrambe le elezioni è che il principale partito d'opposizione rimane il PD, ma i risultati non ingannino: in Sardegna ha visto con un candidato 5S e in Abruzzo ha perso con un candidato preso dalla società civile. In entrambi i casi non ha saputo/potuto esprimere un proprio candidato. Non proprio un segnale positivo per un partito che vorrebbe divenire il centro di un progetto politico alternativo a quello della Destra.

Passando poi al M5S si scopre che, vinca o perda, sempre un problema di radicamento rimane: in entrambe le consultazioni si è attestato tra il 7 e l'8%, non proprio un buon viatico per una compagine che si considera fondamentale per la politica italiana. Anzi, questi risultati possono giustificare l'arroganza con cui Conte pretende di guidare i giochi nella relazione con il PD? Sicuramente no, e qualcuno dovrebbe farglielo capire in maniera chiara e definitiva.

Quanto al resto delle forze politiche della coalizione di Sinistra è chiaro che hanno un grosso problema identitario: la facilità con cui fanno e disfano alleanze non è un biglietto da visita che riscuote la fiducia degli elettori, anzi, probabilmente spinge l'elettorato verso l'astensionismo e l'attendismo.

Ma, al di là dei numeri, ci sono almeno un altro paio di costanti che meritano la nostra attenzione: la prima riguarda i 5S, mentre la seconda coinvolge la galassia liberaldemocratica (Azione, Italia Viva, +Europa). 

Relativamente ai 5S appare evidente come, in nome di una supposta superiorità morale, solo se sono candidati alla carica apicale persone appartenenti alla loro compagine sono disposti a votarli, altrimenti disertano le urne: questo vale sia a livello regionale che nazionale in cui Conte, senza tanto nasconderlo, aspira a divenire la guida della coalizione (in barba alle preferenze dei cittadini). Direi che tale dittatura di un partito sull'intera coalizione non è affatto un buon segnale per la costruzione di un campo coeso.

Quanto poi ai partiti che si riconoscono nella liberaldemocrazia è evidente come il loro continuo tentativo di distinguersi dal resto della coalizione non aggiunge nulla alla coalizione stessa: che senso ha creare un'alleanza se poi costantemente si puntualizza che tale alleanza è occasionale e solo in funzione della vittoria elettorale, ma che non ci sono punti programmatici condivisi?

Alla luce di queste osservazioni ritengo che il campo largo sia da ritenersi una riedizione né riveduta né corretta di quell'alleanza amplissima che Prodi ha riunito attorno a sé senza poi riuscire a governarla. E i cittadini hanno ben compreso questa dinamica, per cui il fallimento in Abruzzo è da imputarsi più a queste carenze che alla bravura della Destra. Serve quindi una riflessione profonda e sincera circa il futuro della Sinistra: così non si va da nessuna parte. Serve trovare una nuova strada cha da un lato abbassi la conflittualità presente tra i diversi partiti e, dall'altro, offra finalmente un progetto politico coerente e condiviso. 

Un partito al 20% che non sa esprimere una guida è un partito inutile, una selva di partitini in perenne conflitto tra loro è garanzia di sconfitta. Ma sembra che questo non importi a coloro che sono chiamati a partecipare e a guidare questo campo largo. Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli, il suo governo non ha nulla da temere da questa opposizione così sconclusionata e in balia di arrivismi personali. Semmai, se un pericolo può arrivarle, giungerà dal suo interno (citofonare in via Bellerio), ma per il momento pare godere di buona salute (almeno fino alle elezioni europee di giugno).  


domenica 25 febbraio 2024

Manganelli (e olio di ricino?)

 



In questi giorni siamo rimasti colpiti dalla violenza usata in diverse città italiane dagli agenti di polizia contro manifestazioni studentesche. Ciò che fa specie è la reazione sicuramente spropositata rispetto all'entità dell'eventuale minaccia all'ordine pubblico dovuta alle manifestazioni.

Che tali reazioni siano state assolutamente fuori luogo lo certifica la stessa Presidenza della Repubblica la quale afferma: "l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento". Poche parole, ma assolutamente chiare e che non ammettono replica e che dicono chiaramente come tali azioni delle forze di polizia non siano accettabili in un sistema democratico come il nostro.

Verrebbe da dire che le parole del Capo dello Stato sono di una ovvietà disarmante, eppure le reazioni del mondo politico sono state plurime: dalla richiesta di chiarimenti rivolta dalle forze di minoranza al Ministro dell'Interno, alle parole di Salvini che si possono riassumere nella frase "giù le mani dalle forze dell'ordine", fino a quelle di Fratelli d'Italia in cui si accusa la Sinistra (quale?) di spalleggiare i violenti e di fomentare questi disordini.

Concentrando l'attenzione sulle parole delle forze di maggioranza che sostengono il Governo emergono alcune riflessioni interessanti (ci concentriamo sulle loro esternazioni in quanto sono loro a gestire la Repubblica in questo frangente storico).
Innanzitutto le parole di Salvini che dribblano il problema e si concentrano sulla funzione delle forze dell'ordine: loro garantiscono sicurezza e democrazia (ordine dei termini assolutamente non casuale) e non possono essere tirati in ballo nella contesa politica, sono uomini e donne, non robot, quindi possono sbagliare. Inoltre, se si va in piazza senza insultare, sputare, spintonare, non si ha nessun tipo di problemi. Una volta uscite le parole del Presidente della Repubblica ha dovuto correggere un po' il tiro: Le parole del presidente si leggono ma non si commentano. Certo è sempre meglio che non ci siano scontri. Poliziotti e carabinieri sono quotidianamente vittime di violenza fisica e verbale. Se mio figlio andasse a urlare “sbirro coglione” poi se la dovrebbe vedere con me.


Emergono almeno tre aspetti interessanti:
- le forze dell'ordine, avendo una importante funzione all'interno del Paese devono essere tutelate a prescindere e sono loro le vittime della situazione (quindi la reazione è giustificabile perché sotto attacco); Certo, se basta qualche provocazione a far saltare i nervi a degli agenti professionisti forse dovremmo ripensare a come arruoliamo tale personale...
- le manifestazioni devono svolgersi in modo ordinato e senza creare disturbo.
Riguardo al primo aspetto credo che nessun cittadino democratico metta in discussione l'essenziale funzione delle forze dell'ordine, tuttavia ritengo anche che lo stesso cittadino democratico, davanti a scene del genere vorrebbe essere rassicurato del fatto che tali comportamenti della polizia non saranno tollerati oltre, altrimenti altro che sicurezza!
Ma da chi faceva identificare dalla DIGOS chi esponeva nel balcone di casa uno striscione di contestazione non ci si può certo aspettare la comprensione del delicato equilibrio tra democrazia e sicurezza (anche qui messi in ordine assolutamente non casuale e, per chi scrive, corretto);
- nel pensiero di Salvini c'è anche un po' di confusione tra educazione (da impartire in famiglia) e ordine pubblico (da garantire), a meno che non usi il manganello con il figlio!

Passiamo quindi alle parole degli esponenti di di FdI: "Fratelli d’Italia difende le regole democratiche di convivenza che si basano sul diritto di manifestare e il dovere di farlo pacificamente e nel rispetto della legge. La sinistra che spalleggia i violenti è la causa dei disordini ai quali abbiamo assistito”. Anche qui ci sono alcuni spunti di riflessione interessanti:
- per dovere di manifestare pacificamente cosa si intende? Che bisogna farlo rimanendo composti, in silenzio al proprio posto? Urla, slogan e qualche provocazione da parte di studenti possono essere definiti fatti violenti e quindi contrari al dovere di manifestare pacificamente? La protesta è tale proprio perché crea scompiglio, altro sono i cassonetti incendiati, il lancio di molotov, l'assalto alle camionette delle forze dell'ordine... Qui manca proprio il senso delle parole (oppure, ma la cosa è assai meno rassicurante, si vuole impedire la semplice manifestazione del dissenso);
- La sinistra spalleggia i violenti: se non fosse una frase grottesca, ci sarebbe da sorridere. A parte il fatto che tale frase è lo spauracchio che da sempre le Destre agitano contro la popolazione civile per spaventarla e ottenerne il voto (lo ha fatto Mussolini, lo ha fatto Berlusconi...Nihil sub sole novi), è evidente come sia assolutamente senza fondamento, visto che in questo caso le violenze sono state perpetrate dalle forze dell'ordine (a meno che, ma dubito, il comunicato di FdI non si riferissero ai poliziotti).

Altre riflessioni si potrebbero fare, ma credo sia abbastanza chiaro come a strumentalizzare la situazione, che che ne dica Salvini, è proprio la destra e l'intento è esattamente quello di cercare di normalizzare situazioni che di normale, in una democrazia non hanno proprio nulla. Allora ben vengano piazze come quella di Pisa dell'altra sera. Come società civile non possiamo piegarci e accettare questa prevaricazione dei nostri diritti. Ne va della nostra democrazia e della nostra sicurezza!

sabato 17 febbraio 2024

Padri eterni

 


Si sta accendendo in questi giorni le polemiche politiche attorno al terzo mandato per sindaci e governatori. All'apparenza sembra una questione di lana caprina, assolutamente secondaria rispetto a tutti i problemi che ha il nostro Paese e che sicuramente non incide sulla vita di noi cittadini. Invece - a mio parere - non è proprio così. Ma andiamo con ordine.

La questione necessita innanzitutto una riflessione di fondo: il terzo mandato ha senso solo se c'è un programma da portare a termine, altrimenti non ha alcun senso. Ma chi ci garantisce che ciò che non è stato portato a termine in 10 anni (ovvero la durata di due mandati) lo sarà in 15? Se fossero emersi dei problemi o delle difficoltà credo che una decade sia un tempo sufficiente a trovarne anche la soluzione! E se la soluzione non è stata trovata significa che le persone deputate a trovarla non sono in grado di farlo, quindi meglio cambiare. 

Inoltre non dimentichiamoci che l'alternanza (di persone, oltre che di forze politiche) è un carattere essenziale di ogni democrazia. È un valore in sé. Garantisce infatti che le istituzioni non si irrigidiscano attorno a determinati modi di fare e pensare, offrendo la possibilità di trovare strade nuove per rispondere alle esigenze che di volta in volta emergono. È un modo per rispondere alle esigenze di noi cittadini, una garanzia che il potente di turno è lì per noi, non per altri.

Infine, la questione copre un altro aspetto, a mio avviso distorsivo: se non diamo a sindaci e governatori il terzo mandato, dove li mettiamo, che ruolo gli diamo? Ecco, questo tipo di ragionamento in una democrazia non dovrebbe proprio trovare spazio. La politica dovrebbe essere un'attività svolta a tempo determinato, all'interno di un percorso di vita che ha al di fuori di essa strumenti sufficienti a garantire la realizzazione personale. Il politico di professione non dovrebbe essere una figura tipica della democrazia, anche se ci possono essere persone che trascorrono molti anni nel ricoprire ruoli politici, ciò avviene sono grazie al consenso popolare, non per decisioni prese dall'alto (e qui si aprirebbe la questione della scelta della classe politica...ma non entriamo in questo vespaio).

Ecco allora che la questione del terzo mandato rischia di trasformarsi in una questione di padri eterni: di persone che reputano il loro posto nelle istituzioni come un atto dovuto. E anche questa è una forma subdola di populismo che considera il consenso popolare - da guadagnare di volta in volta in base alla propria capacità di portare a termine il programma proposto in sede di campagna elettorale - come un elemento corollario rispetto al proprio ruolo. Una specie di occupazione delle istituzioni che le soffoca al posto di renderle funzionali ai cittadini; esattamente il contrario di quello che dovrebbe avvenire in una democrazia.

A Roma, più di un secolo fa, circolava tra i collaboratori di Leone XIII (papa per 25 anni) una frase: "Credevamo di eleggere un Santo Padre, abbiamo eletto un Padre Eterno". Direi che non possiamo permetterci di correre lo stesso rischio.

  

martedì 13 febbraio 2024

Il carrozzone va avanti da sé...

 


...con le regine, i suoi fanti e i suoi re...

è finita quella che alcuni chiamano settimana santa, io preferisco chiamarla settimana di passione - in fin dei conti la stessa Vanoni ha affermato che "a vederlo tutte le sere ti viene la meningite" - e, come tutti i Sanremo precedenti, si è portato dietro le sue polemiche. Lasciando in secondo piano la gara canora e i retropensieri sul secondo posto di Geolier che lasciano il tempo che trovano, sicuramente è assai più interessante soffermarci sulle reazioni ad alcune esternazioni di qualche cantante in gara.

Pensare che Sanremo sia una gara canora avulsa dalla realtà è una sciocchezza conclamata almeno da quella sera in cui  un uomo voleva buttarsi dalla galleria o da tutto ciò che ancora oggi avvolge la morte di Luigi Tenco. Quindi era inevitabile che qualche riferimento alla situazione che stiamo vivendo ci fosse, che ci piaccia o meno.

Ecco, questo è il punto: siamo obbligati a condividere tutto quello che viene detto dal palco di Sanremo? No. Ma abbiamo il dovere di ascoltare e di lasciarci interrogare da quanto viene detto e poi, in caso, cestinarlo. Invece, come zia Mara ha fatto ben intendere, noi dobbiamo condividere tutto, altrimenti iniziano i casini. Vedi mai che il senatore Gasparri prepari una (ennesima) interrogazione in commissione vigilanza RAI o che qualche ambasciatore si indisponga! Il problema di voler relegare Sanremo esclusivamente ad una gara canora senza nessun contatto con la realtà, è che si potrebbe poi finire a contestare i testi delle canzoni e magari procedere con una censura preventiva (non sarebbe la prima volta che viene cambiato il testo di qualche canzone...).

Lasciamo allora che, nei limiti della buona educazione, i cantanti in gara esprimano il loro pensiero, come hanno fatto a loro modo Ghali (con una educazione e una classe che il senatore Gasparri si sogna) e Dargen D'Amico (graffiante e diretto) e che il dibattito si animi; non sarà certo qualche frase detta da un cantante su un palco a determinare la direzione delle politiche del Paese! E il solo fatto di pensarlo rivela tutta la piccineria della nostra classe dirigente (come il comunicato letto domenica sera in coda a Domenica In rivela le paure dei dirigenti RAI che, ovviamente, non sono da imputare all'ambasciatore israeliano in Italia). Qualcuno rosicherà? Amen; anche questo fa parte del gioco.

...Ridi buffone, per scaramanzia... 

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